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 Diario di viaggio “IncrediBali 2009”

~ Alla scoperta di Bali, tra modernità e tradizione ~

 

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Indice

Pagina 1 (di 5)
((I) Roma, (UAE) Dubai, (RI) Jakarta, Yogyakarta, Prambanan)

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Pagina 2

Giornate: 
Premessa
09 agosto 2009 - “Partenza con rischio!”
10 agosto 2009 - “Umida Jakarta”
11 agosto 2009 - “In treno per Yogya”
12 agosto 2009 - “Yogya ... con topo!”
13 agosto 2009 - “A zonzo per Yogyakarta”

Premessa 
Il viaggio in Indonesia è nato all’improvviso, quasi per caso e sicuramente all’ultimo momento. Abbiamo accarezzato per mesi l’idea dell’Egitto in moto, ma senza nemmeno iniziare a richiedere i documenti in quanto la risposta alla mia richiesta di ferie tardava, errore strategico che spero di non ripetere più: al limite, meglio perdere 100 o 200 euro in documenti inutili, piuttosto che mandare a monte il viaggio. Infatti, alla fine abbiamo dovuto rinunciarvi perchè sarebbe stato impossibile avere in tempo il Carnet des Passages e andarci senza moto proprio non mi andava. L’Egitto è uno di quei Paesi dove voglio andare in moto e a questo punto aspetterò, quando mai arriverà, il momento in cui avrò una moto da enduro per goderlo appieno, anche fuori dall’asfalto.
Rinunciato all’idea dell’Egitto si aprivano mille altre possibilità, con e senza moto. Caterina ha colto la palla al balzo ed io ho accettato di partire senza moto, per la prima volta da ... sempre (a parte il 2004, dove però partivo a dicembre, un po’ freddo in tanti posti).
Ma dove? Tra amici e parenti vari, alla fine le sensazioni ed i ricordi raccontati da Aruna hanno avuto la meglio sul nostro immaginario (bè, a essere del tutto sinceri, più su quelli di Caterina!). E così, alla fine, Indonesia è stata.
La moto mi è mancata molto e vorrei anche sfatare l’idea che i viaggi con i mezzi pubblici rendano più facili o frequenti gli incontri e le conoscenze. Tutto falso o quasi, faccio più incontri e parlo con più persone quando arrivo con l’astronave, pardon, la moto. Ma su questo vorrei scrivere un articolo a parte e non mi dilungherò qui.
Il viaggio è stato comunque molto bello e interessante e le persone, in particolare i Balinesi, splendide, come descriverò nel diario che mi accingo a scrivere, anzi, a riportare, avendolo steso durante il viaggio stesso.
Buona lettura! :)

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09/08/2009 - “Partenza con rischio!”
Il giorno della partenza è arrivato, di corsa come tutto il resto. Alle 10 (!) passano a trovarci, nella nostra casa nuova dove ormai ci siamo trasferiti, i genitori di Caterina. Restano un paio d’ore, poi se ne vanno ed alle 13 arriva il turno dei miei, con cui pranziamo.
Ci stiamo per mettere a tavola, Caterina è in bagno. Entro e, scherzando, chiudo la porta a chiave.
“E se non si riapre??” mi chiede terrorizzata Caterina, a pochissime ore dalla partenza.
“Ahahahah, ti immagini?!?” rispondo io, scioccamente.
Faccio per aprire, serratura bloccata. Immobile. Scuoto, smuovo, picchio e tiro. Nulla. Chiamiamo i miei, urliamo, ma non ci sentono, dal balcone. Non abbiamo nemmeno i telefonini.
“E ora???” urla Caterina, che già si vede lasciata a terra dall’aereo che decolla inesorabile.
Ancora un lunghissimo minuto di panico, di tentativi sempre più disperati, poi non so come la serratura si sblocca e noi, per la pressione che facevamo sulla porta e per lo spavento preso, ne schizziamo fuori, quasi espulsi, proiettati come uno sbuffo di vapore.
Alle 14:30 siamo in aeroporto, in una coda lunghissima per il primo scalo, a Dubai. Le hostess della Emirates hanno il cappellino e la veletta che copre parzialmente i capelli.
Lungo i corridoi, correndo da uno sportello all’altro, anche a caccia di un bancomat funzionante, incrociamo un signore con un anello gigantesco d’oro tempestato di pietre preziose grandi come biglie, un orologio enorme d’oro e varie collane anch’esse, manco a dirlo, d’oro. Raffinatissimo.
Saliamo, l’aereo è enorme! La mia vicina è agitatissima, non sta ferma un istante. La causa: il monitor davanti al suo naso non funziona! Improvvisamente si accende e lei si immobilizza, incantata a guardarlo. Lo stesso effetto del ciuccio per i bambini.
Il viaggio scorre tra letture e sonnellini vari. Arriviamo a Dubai ad un’ora ignota. Confermiamo subito il biglietto di rientro, poi giriamo tra i vari duty free prima di crollare su delle poltrone splendide, comodissime, in attesa del volo Dubai - Jakarta.

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10/08/2009 - “Umida Jakarta”
Ripartiamo alle 4:15 locali. Il volo dura molte ore, oltre otto! Come accade sempre nei voli così lunghi, ci svegliano spessissimo per mangiare. Puntualmente, appena mi addormento, arriva la hostess cosa voglio per colazione, pranzo, spuntino di mezzanotte!
Finisco di vedere Gran Torino, che avevo iniziato sul volo precedente, leggo, dormo.
Finalmente arriviamo, sono frastornato dal viaggio.
L’aeroporto è basso, buio, quasi (quasi!) peggio di Fiumicino. L’aria è calda, umida, quasi soffocante rispetto a quella condizionata dell’aereo. Ci mettiamo in fila per il visto, siamo molti e pare una procedura lunga, vista la lentezza con cui scorre. Poco più avanti campeggia, luminosa e volutamente visibilissima, una scritta che più o meno recita:
“L’Indonesia vi dà il benvenuto e vi ricorda che lo spaccio di droga è punito con la MORTE!”
Benvenuti a voi!
Finalmente arriva il nostro turno, qualche timbro e una ventina di euro in tasse. Appena usciamo, veniamo assaliti dal solito, prevedibile nugolo di tassisti. Ho letto però sulla guida o su Internet, non ricordo, che c’è un servizio di autobus verso il centro. Abbiamo scelto il viaggio senza moto, all’avventura, da “backpacker”? Bene, e mezzo locale sia!
Troviamo il terminal abbastanza facilmente, cambiamo 50 euro [1 € = 13.900 IDR (Rupie Indonesiane)] e compriamo il biglietto, 20.000 rupie a testa, meno di 2 euro.
L’autobus è abbastanza moderno e si riempie quasi del tutto nelle mille fermate che compie all’interno dell’aeroporto. Finalmente usciamo e ci immettiamo in una autostrada. Il traffico è abbastanza intenso, ma nemmeno troppo pensando a quanto è grande la città e ai milioni di abitanti che la attraversano quotidianamente.
Il giorno sta finendo anche se è passata da poco la metà pomeriggio. Lo svantaggio di vivere così vicini all’equatore!
Osservo dal finestrino la periferia infinita che scorre a pochi metri da me, ma del tutto irraggiungibile. Negli ampi svincoli e sotto i viadotti trovano posto decine e decine di baracche e mini risaie personali. I più fortunati hanno la luce elettrica, altri si accontentano di un fuoco, altri non hanno nè l’uno nè l’altro.
Alle 18 è buio quando entriamo nella città vera e propria. In periferia le case sono basse, di 2 o 3 piani al massimo. Sembrano di lamiera.
Passiamo accanto a scheletri di grattacieli in costruzione, catapecchie buie, altre illuminate e ammucchiate le une sulle altre con mille negozietti sbilenchi. All’orizzonte svettano i grattacieli sfavillanti del centro.
Mentre guardo dal finestrino questa TV in diretta, spunta uno scarafaggio da dietro il sedile. Corre lungo il bordo del finestrino, verso il mio braccio. Ci ignoriamo, torna verso il basso.
Arriviamo a destinazione, il parcheggio della stazione ferroviaria principale. Iniziamo a vagare, attorniati dal solito codazzo di tassisti, ma dovremmo essere vicini all’albergo dove vive l’amico di Caterina che dovrebbe ospitarci, quindi respingiamo tutti gli inviti e continuiamo a cercare l’uscita.
Dopo aver chiesto mille volte, ci incamminiamo nell’oscurità rischiarata da rari lampioni e dai fari delle auto e dei motorini.
Troviamo finalmente l’albergo, che in realtà è una città nella città. Immenso, sorvegliato da guardie che perquisiscono le auto che entrano e escono. Purtroppo continuano a fare attentati, l’ultimo solo pochi giorni fa proprio in un grande complesso alberghiero come questo.
Cinque stelle superiori, troviamo la reception del residence. Appartamento gigantesco, pagato dall’azienda per la quale lavora questo ragazzo australiano. Appena entriamo veniamo congelati sul posto dall’aria condizionata a manetta. Devo trovare la manopola che la regola! Un odore di umido male asciugato permea l’appartamento, oltre alla polvere che la mia allergia mi fa avvertire con evidenza. Doccia, ci riprendiamo.

 

 

Ristorante a Jakarta

 

Dove siamo??
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Usciamo subito per la cena. Chiediamo consiglio alla reception, finiamo in un ristorante poco distante. Diamo finalmente soddisfazione ad un tassista! Il ristorante è molto particolare, arredato con sculture in legno coloratissime. L’arredamento sembra a metà tra il cinese e il cosiddetto etnico. Chissà se è davvero lo stile locale oppure la solita trappola per turisti. A dire il vero, di turisti non se ne vedono. Piatti ricolmi di gusti esotici: cocco fresco, crema di cocco, mousse di noccioline, macedonia finale orribile con frutti viscidi e disgustosi.
Quando usciamo e camminiamo alla ricerca di un taxi, veniamo salutati perfino dai senzatetto.
Torniamo subito in albergo. Stavolta che arriviamo in taxi, veniamo passati al metal detector e l’auto viene perquisita. La guardia consegna all’autista una tessera che dovrà riconsegnare all’uscita, per tenere traccia con maggior precisione di chi entra e chi esce.
Alle 23:30 locali, corrispondenti credo alle 17:30 italiane, andiamo a dormire. Spero che non mi passi il sonno!

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11/08/2009 - “In treno per Yogya”
La notte è movimentata. Ad un’ora imprecisata della notte, Caterina è sveglia come un grillo ed anch’io ho difficoltà a dormire.
Alle 7:15, ora della sveglia, dormiamo come pietre. Il cielo è grigio, l’umidità soffocante.

 

Jakarta

 

Arietta salubre
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Corriamo alla stazione senza fare colazione e compriamo il biglietto per Yogya (come viene comunemente chiamata Yogyakarta). La stazione è poco affollata ed un poliziotto ci indica al volo lo sportello a cui dobbiamo chiedere. C’è poca fila ed in breve abbiamo i biglietti di prima classe. Il costo è comunque irrisorio (185mila IDR, meno di 15 euro a testa) e da quanto ci hanno detto le altre classi sono molto scomode.
Andiamo al binario, che invece è pieno di gente in attesa, carica di pacchi di ogni dimensione. Spicca per colore (bianchissimo) e altezza (quasi ciclopica!) un ragazzo belga. Anche lui è all’inizio della vacanza, qui a Jakarta ha soggiornato da una ragazza conosciuta su Facebook. Iniziamo a chiacchierare raccontando di noi e quando sente che Caterina è di Benevento esclama:
“Ma io sono stato fidanzato con una ragazza di Avellino!”
Una volta di più penso che il mondo è piccolo, a volerlo girare...
Arriva il treno e occupiamo i nostri posti, comodi e larghi. Curiosamente tutti i sedili sono orientati secondo il verso di marcia, come su un pullman. Ogni pochi minuti passano i camerieri o altro personale del treno per prendere le ordinazioni od offrire qualcosa. Prendo un succo di frutta fresco, speriamo bene! Inizio subito a sfidare la sorte, ma proprio non mi va di vietarmi tutto quello che vedo per la paura di farmi venire la diarrea...

 

 

Verso Yogyakarta

 

Ricchi e poveri
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L’aria condizionata è sparata al massimo, ci vestiamo. Il treno corre lento, dovremmo impiegare (a meno di ritardi) circa mezza giornata per fare circa 450 km. Passiamo a fianco di slum, baracche più o meno fatiscenti da dove si affacciano bambini, donne o anziani. Gli uomini, evidentemente, sono in giro a lavorare. A volte tagliamo in due un mercato proliferato ai bordi dei binari, altre volte il panorama si allarga all’improvviso fino all’orizzonte, su risaie sterminate con rare palme a chiudere il quadro esotico.
Parecchie risaie sono secche, riarse, le piante morte. La vista di una risaia secca stringe davvero il cuore, ti dà il senso della fame, della distruzione, dell’impotenza dell’uomo di fronte alla Natura. Leggo su un giornale della siccità con gli inviti delle autorità a risparmiare l’acqua ed una serie di consigli su come fare ed invita i coltivatori a differenziare le coltivazioni, non solo il riso! Java è un’isola gravemente sovraffollata e posso immaginare la tragedia di una siccità che distrugga il loro alimento principale.
Raramente vediamo resti antichi o monumenti. Quando le rotaie incrociano una strada, centinaia di motorini fumanti, biciclette e carretti si ammassano contro le sbarre del passaggio a livello.
Il cielo non muta colore, il solito grigio vagamente opprimente che vediamo da quando siamo arrivati.
I camerieri passano in continuazione offrendo piatti pronti, nel senso di freschi, appena cucinati, su piatti di ceramica e posate di metallo, come a casa e non nelle confezioni di plastica tipo polli di gomma e patate di plastica. Non capisco se e quanto si paga. Per il momento li lascio passare, non ho ancora fame.
Le ore passano, il torpore della lentezza mi attanaglia, assieme alla stanchezza della notte travagliata. Mi addormento. Purtroppo la mia curiosità di poco fa sul prezzo dei cibi viene soddisfatta nel momento e nel modo meno opportuni. Vengo svegliato a gran voce da un cameriere che vuole 10mila rupie per il succo di stamattina. Ne approfitto per ordinare il pranzo. Mi riaddormento. Mi risvegliano per servirmi il pranzo. Pollo e patate fritte. Tutto molto buono. Mi riaddormento. Mi risvegliano per farsi pagare il pranzo, 18mila rupie, più o meno 1 euro e mezzo.
Mi sforzo di restare sveglio, altrimenti questa notte farò lo stesso numero di fissare il soffitto e rigirarmi nel letto. Il sonno è pesante e continuo, non appena posso mi addormento, svengo dalla stanchezza. Anche Caterina è nelle stesse condizioni. Spero che riusciremo ad assorbire in fretta il fuso orario.
“Ma scusa, quando stanotte non riuscivi a dormire e ti ho detto di contare le pecore, non ha funzionato?”, le chiedo tra un sonnellino e l’altro.
“No, sono arrivata a 70, poi mi sono stufata!”, risponde ridendo.

 

Venditrici ad una stazione

 

Coccoooo! Cocco bello!
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Il viaggio è lunghissimo, il treno lento. Si ferma spesso e per molto tempo. Nelle stazioni di passaggio molto spesso si avvicinano donne con vassoi carichi di cibo o oggetti da vendere al volo ai passeggeri.
Finalmente arriviamo, siamo in ritardo solo di mezz’ora. La stazione è relativamente calma, soprattutto dopo aver visto l’esterno, la città con le strade completamente invase di motorini, risciò a bicicletta, pedoni, auto.

 

 

Yogyakarta

 

Di tutto un po’
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Rifiutiamo i mille guidatori di risciò che ci seguono a piedi per lunghi tratti chiedendoci dove dobbiamo andare e cosa stiamo cercando. Seguiamo la cartina della guida, inoltrandoci nei vicoletti vicino la stazione, ma i posti che troviamo non ci piacciono per nulla. Entriamo in un albergo segnalato dalla guida. Il giardino è molto carino, pieno di enormi orchidee dentro vasi appesi, ma l’unica stanza libera puzza in modo stomachevole di naftalina. Mentre usciamo parte l’urlo del muezzin, il primo che sentiamo da quando siamo arrivati. É del tutto assordante, da tapparsi le orecchie per quanto è forte. Siamo proprio sotto la moschea. Decidiamo di fuggire da questa zona turistica così tanto pubblicizzata dalla guida. Appena fuori l’albergo rifiutiamo i primi 3 o 4 “biciclettini”, poi ci convinciamo a prenderne uno, almeno per sentire che prezzi fanno. Ci attira un risciò solitario, senza guidatore che ci assale. Ci guardiamo intorno. Presumibilmente è uno di quelli che sta giocando a scacchi dall’altro lato della strada. Ci avviciniamo. Quasi per dovere il proprietario ci rivolge la parola, anche se si capisce che non gli interessa, vuole continuare a giocare con gli amici:
“Dove dovete andare?”, ci chiede distrattamente, alzando per un attimo gli occhi dalla scacchiera.
“Mmh... più a sud, qui!”, gli rispondo mostrandogli un punto sulla cartina.
“30mila rupie”, risponde senza nemmeno guardare la guida.
“É troppo, ciao!” e ce ne andiamo. Finisce così la nostra prima trattativa per un risciò.
Decidiamo di andare più a sud, vicino il centro storico. Torniamo sulla strada principale in un groviglio di bancarelle, sciami di persone, zigzagando tra risciò fermi e in movimento.
L’ennesimo “risciò-man” ci affianca ed iniziamo una trattativa che si protrae per molti ... metri. Infatti continuiamo a camminare, un po’ per abitudine e un po’ per non perdere troppo tempo. Gli altri con cui abbiamo iniziato una trattativa “al volo” iniziavano da 30mila, minimo 25mila rupie.
“5mila rupie!” esclama Caterina verso il tipo che continua a camminarci a fianco.
“Nooooo, impossibile! 20mila”, risponde abbassando il prezzo.
Dopo molti tira e molla ci accordiamo per 10mila rupie. Saliamo completi di bagagli, non so come riusciamo ad incastrarci nel sediletto posteriore con zaini e borse.
La strada effettivamente è molto lunga, quando arriviamo gli dò 12mila rupie. Fa per darci il resto, non capisce, ma gli spiego che è una mancia. Ringrazia mille volte.
Ci inoltriamo, abbiamo una mezza prenotazione al Makuta. É piuttosto squallido, ma è tardi e siamo stanchi, prendiamo la stanza.
Appena entrati ci accorgiamo che è letteralmente invasa dalle zanzare. Non faccio in tempo ad ammazzarne due che ne vedo altre cinque. Guardo verso l’alto e vedo delle aperture non chiuse da zanzariere che danno verso il cortile interno.
Inizio ad entrare nelle altre stanze. L’albergo è praticamente vuoto e sono tutte aperte. Ne trovo una col letto matrimoniale e le aperture chiuse. Contrattiamo sul prezzo visto che questa ha l’aria condizionata, mentre la vecchia non l’aveva.
Siamo sfiniti, trasciniamo i bagagli nella nuova stanza ed usciamo subito per andare a mangiare qualcosa. Ci fermiamo nell’ennesimo posto segnalato dalla guida, la Bamboo House che quindi, in quanto sponsorizzata dalla Lonely Planet, è piena di turisti.
Dopo cena rapido giro tra i negozietti di souvenir tra cui un venditore di marionette tradizionali indonesiane con cui scambiamo qualche parola, poi crolliamo a letto alle 23:30.

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12/08/2009 - “Yogya ... con topo!”
Dormiamo di nuovo poco. Caterina durante la notte si sente male, vomita. Forse l’aria condizionata ha colpito ancora.
Usciamo verso le 13. La piccola via è molto animata e piena di servizi per turisti: ristoranti, alberghi, centri massaggi, noleggio scooter e molto altro. L’ennesimo “ghetto” creato grazie alla guida più diffusa tra i viaggiatori cosiddetti indipendenti.
Per curiosità vogliamo informarci sul prezzo di uno scooter. Entriamo in un’agenzia turistica la cui scritta pubblicitaria che campeggia nel vicolo a descriverne le offerte è più grande dell’ufficio stesso. Il prezzo è minimo, pochi dollari al giorno, ma decidiamo di affittarlo magari nei prossimi giorni. Dietro al banco ci sono due ragazze giovanissime. Quella con cui trattiamo è veloce, spigliata, parla inglese decentemente. L’altra sta palesemente imparando. Quando iniziamo a tirare sul prezzo dello scooter ed a parlare di altro, la ragazza fa riferimento al “principale”, in quel momento assente. Senza di lui non può sbilanciarsi. Alla fine il principale arriva. É un ragazzo della stessa età, anche lui sveglio e dinamico. Piazzare lo scooter non gli interessa più di tanto. Oggi sono tutti fuori, gli è rimasto un modello vecchio con le marce al manubrio, complicato a suo dire. Gli interessa molto di più, invece, trovare altre persone per una escursione al tempio di Prambanan, nei pressi di Yogya. É tra le escursioni consigliate dalla guida, quindi ascoltiamo attentamente.
“Venite, è bellissimo! Partiamo tra un’ora e torniamo nel tardo pomeriggio”, ci invita mostrandoci le foto del tempio appese alle pareti.
Alla fine ci accordiamo per circa 15 dollari a testa, di cui una decina solo per il biglietto d’ingresso, incluso nella tariffa.
Girelliamo lì intorno, poi ci ritroviamo alla macchina. Il titolare, il ragazzo di poco fa, non viene. Resta a fare il cacciatore di turisti all’agenzia. Alla guida c’è un altro ragazzo, più adulto, che parla poco l’inglese. Viaggiamo con una coppia di ragazzi di Cracovia.
Gli dico che devo cambiare dei soldi. Vogliono portarmi negli uffici di cambio, ma insisto per andare in banca dove di solito fanno i tassi migliori. Ci fermiamo in un paio di banche lungo la strada, ma incredibilmente e stranamente non vogliono cambiarmi i soldi. Nonostante ci sia lo sportello dei cambi con i vari tassi, l’orario sia giusto e anche il resto, il tipo che mi accompagna inizia a parlare con gli impiegati e regolarmente dopo un minuto di botta e risposta in indonesiano gli impiegati si rivolgono a me in inglese stentato e dicono:
“No change, sorry!”
Le mie proteste e richieste di spiegazioni non servono a nulla, non si smuovono dal “no change, sorry!”. Proseguiamo. Insistono per portarmi ad un ufficio cambi. Stavolta accetto, ormai ho visto quali sono i tassi ufficiali e so regolarmi. Il cambio proposto è buono e non prendono nemmeno la commissione [1 € = 14mila IDR].
Finalmente possiamo partire verso il tempio. Attraversiamo la città, completamente priva di bellezze. É trafficatissima, caotica, inquinata. Qualche raro palazzo ricorda, nell’architettura nord-europea, la dominazione olandese. Dopo aver viaggiato per diversi minuti finalmente iniziamo ad uscire dalla città e fa la comparsa qualche rara palma, a ricordare che una volta, lì, c’era la Natura.
Arriviamo al tempio, l’autista ci molla nel parcheggio del tempio, dopo aver presentato i biglietti all’ingresso, dandoci un vago appuntamento più tardi.
Rifiutiamo un paio di guide ufficiali o sedicenti tali e iniziamo a gironzolare nell’ampio piazzale di ingresso cercando di capire com’è fatto il sito e dove dobbiamo andare. Veniamo avvicinati da due ragazzi giovanissimi. Ci spiegano che sono studenti e che vogliono esercitare l’inglese. Si offrono di guidarci all’interno.
“Gratuitamente! Noi ci alleniamo con l’inglese e voi visitate meglio il tempio!” ci propongono con un sorriso fantastico che fuga ogni dubbio residuo.

 

Tempio di Prambanan

 

Torte nuziali induiste
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Iniziamo a passeggiare tra i templi come torte di pietra, trasmettono antichità, ma poco altro. C’è gente, caldo, nessuna spiritualità nell’aria nè nei dintorni. Non so come mai, ma il posto non mi prende. Ci raccontano le varie storie e leggende dei personaggi scolpiti nei bassorilievi e nelle rare statue, la forma del loto rovesciato come simbolo del buddhismo e altro ancora. Sono simpatici e finiamo per parlare di loro, della scuola e dei loro studi, delle loro speranze e sogni.

 

 

Museo di Prambanan

 

Tranquillità orientale
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Entriamo in una bassa costruzione aperta adibita a museo. Nello spazio ricavato sotto al tetto orientale, chiuso simbolicamente dal perimetro di colonne, c’è un’ampia esposizione di percussioni. Servono a suonare il gamelan, una musica tradizionale suonata quando l’isola era induista. Poi sono arrivati i musulmani, gli induisti si sono rifugiati a Bali e gli strumenti sono diventati, letteralmente, pezzi da museo. Forse ho percepito tutto ciò appena entrato nell’area di Prambanan, l’abbandono, il distacco religioso e psichico con le divinità omaggiate e pregate nei templi.
Ci cimentiamo in qualche melodia. I ragazzi ovviamente sono molto più bravi di noi. Caterina continua a sentirsi poco bene. Si sdraia all’ombra di un grande albero e ci invita a proseguire mentre lei riposa.
Visito anche l’ultima parte del grande complesso religioso. Il sito ha molti secoli ed i vari terremoti che hanno smontato molti monumenti accrescono la sensazione di antichità.

 

Tempio di Prambanan

 

Buonanotte agli Dei
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Concludo il giro con i ragazzi che raccolgono dei frutti che mi fanno assaggiare. Sono buoni, ma non so cosa siano, non li ho mai visti. Torniamo da Caterina che sta meglio. Salutiamo i ragazzi che si allontanano nella tarda luce del tramonto, con nuvole alte sull’orizzonte a incorniciare il loro percorso verso l’avvenire.
Ritroviamo con difficoltà il parcheggio dove dovremmo incontrare l’autista, ma alla fine ci districhiamo tra le mille bancarelle di souvenir. Arrivano anche i polacchi, possiamo tornare a Yogya. Lungo la strada ci fermiamo a comprare della frutta. Chiacchieriamo con l’autista fino a toccare il tema dei batik.
“Ho letto che Yogyakarta è famosa per i batik”, esclama in tono esplorativo Caterina.
“Sì, qui si producono i migliori batik di tutta l’Indonesia!”, esclama orgoglioso l’autista.
“E sa dove potremmo vederne di belli?”, prosegue Caterina.
“Sì... accompagno loro e poi vi ci porto”, risponde dopo una breve riflessione.
Lasciamo i ragazzi di Cracovia vicino al nostro albergo, il tempo di comprare una bottiglia d’acqua e siamo di nuovo in auto. Arriviamo a quello che dall’esterno sembra un parcheggio pubblico o un’officina: alte mura spoglie a chiudere un cortile disadorno su cui si affaccia un alto padiglione illuminato di luci al neon. Ma le pareti sono coperte di mille colori sprigionati da centinaia di batik di tutte le forme e dimensioni.
Conosciamo il titolare, che è anche maestro della vicina scuola di pittura. Tutti i batik esposti nella sala grande sono stati dipinti dagli allievi.
“Poi là ci sono i miei” e indica con un cenno del capo una stanzetta che si apre di lato, un po’ nascosta ed incredibilmente disordinata, da vero artista - penso io.
Iniziamo a ispezionare le pareti ed i mucchi di batik appoggiati ad esse, prima con fare scettico, poi sempre più interessati. Effettivamente ci sono dei bei quadri.
“Estraete dai mucchi o staccate dalle pareti quelli che vi piacciono. Poi li guarderemo insieme, ve li descrivo e li scegliete con calma”, ci invita allungandoci un foglietto con dei codici che indicano i prezzi. Sono lettere dell’alfabeto che classificano i vari batik in base a quanti colori ci sono, alla complessità del disegno, alla grandezza della tela. Si va da pochi euro a centinaia di euro per i più grandi e complessi.
Il procedimento per dipingerli è lungo e laborioso. Si disegna il soggetto sul tessuto, poi si copre tutto di cera tranne le parti che si vogliono tingere di un colore ben preciso. Si tinge la parte, si lascia asciugare e poi si ricopre di nuovo completamente di cera tranne le parti destinate ad un altro colore. E così via fino a dipingerlo tutto. Le parti sfumate, ottenute sovrapponendo diversi colori, richiedono ulteriori passaggi. Mi ricorda il gioco della Settimana Enigmistica, dove bisognava colorare le parti coi puntini fino a formare una forma nascosta. Qui è ancora più complicato, serve tempo, perizia e pazienza.
Alla fine, tra me e Caterina, ne tiriamo fuori una decina. Il tipo è simpatico e molto socievole. Oltre ad essere, a giudicare dai batik degli allievi, un bravo maestro è sicuramente un ottimo venditore.
“Volete qualcosa da bere?” chiede con un ampio sorriso mentre ci accomodiamo alla sua scrivania per esaminare quello che abbiamo scelto.
“Sì, un infuso di zenzero, con la radice dentro” esclamiamo all’unisono.

 

 

Venditore di batik a Yogyakarta

 

Mister Batik
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Quando poco dopo arriva l’infuso, piacevolmente bollente, siamo ben addentrati nelle trattative. Alla fine scegliamo tre batik e su quelli inizia una serrata lotta all’ultimo prezzo. Lui cerca di impietosirci con la famiglia, la scuola, gli allievi che imparano quella che sarà l’unica occasione di riscatto della loro vita e via dicendo. Noi che siamo in viaggio, non abbiamo tanti soldi e vogliamo solo pagare il giusto. Alla fine ci accordiamo per 600mila rupie per tutti e tre. Poco più di 40 euro per tre dipinti che ci piacciono molto. Speriamo che immersi nell’atmosfera romana abbiano ancora lo stesso fascino! Li smonta dalle cornici e li piega come tre teli normalissimi.
“Quando arrivate in Italia li stirate come si fa con le magliette e tornano perfetti, non preoccupatevi!” ci rassicura notando i nostri sguardi terrorizzati.
Prima di congedarci visitiamo la sua stanza. Dipinge su tela, i soggetti sono belli, ma non entusiasmanti. Preferisco alcuni dei suoi allievi! Il lato lungo della stanza è occupato per intero da una eccezionale piroga primitiva, scavata nel legno.
“É originale!”, esclama indicandola con fierezza.
Non so se credergli o no, in ogni caso è bellissima. Non so perchè, ma riesce a trasmettermi più magia e sensazioni questo pezzo di legno scavato rozzamente che non i raffinati templi di pietra visti oggi pomeriggio.
Stiamo uscendo quando ci invita ancora a fare un giro nella bottega a fianco. É terribilmente spoglia e triste, si vede che è infinitamente meno visitata del suo atelier. Vende le marionette tipiche indonesiane. Vorrei farmele piacere, ma proprio non ci riesco. O sono piatte, fatte di pelle dipinta oppure intagliate nel legno o nell’osso, ma con disegni e forme che non mi attirano per nulla. Se non mi piacciono qui, figurarsi in Italia! A malincuore usciamo senza comprare nulla, nonostante giri a guardare minuziosamente su tutti i banchi e mobili e cassetti che espongono oggetti di vario tipo.
L’autista ci ha aspettato pazientemente per tutto questo tempo. Sembra contento, probabilmente prenderà una percentuale per averci portato lì.
Torniamo al Makuta. Prende allo stomaco tanto è brutto e squallido. Non c’è nemmeno l’acqua calda, i letti sono scomodi e la stanza è piccola. Ma ormai la giornata è finita e quindi resteremo qui anche questa notte e poi l’idea di rimontare gli zaini e caricarmi di tutto iniziando di nuovo a cercare una stanza non mi alletta per niente.
Usciamo per la passeggiata serale. Stavolta andiamo nella parallela alla nostra strada. La guida la descrive come l’altra grande arteria turistica di questa zona. Non facciamo in tempo ad imboccarla che sulla destra vediamo un Bed and Breakfast carinissimo. Lo guardiamo con un sospiro, con l’occhio malinconico dell’occasione persa, ma fatti pochi passi esclamo:
“Ma scusa, chiediamo almeno quanto costa, sono curioso!” e torno indietro.
Scopro che ha aperto ieri (!), costa meno dell’orrido Makuta, ha l’acqua calda, la colazione è inclusa così come uno snack pomeridiano e le bevande calde come tè e vari infusi per tutta la giornata. L’interno è arredato con gusto, l’immancabile cortile è curato meticolosamente, la stanza bella ed il letto comodo. Un sogno!! Il Makuta ci sembra, se possibile, ancora più fetido e maledetto. Mi viene in mente il contrasto fortissimo esistente anche nei Paesi ex Sovietici tra gli alberghi dell’ex monopolio di Stato, brutti, cadenti, sporchi, squallidi, tenuti da persone sciatte, maleducate e scontrose e le piccole realtà curate ed amate, messe in piedi da intraprendenti persone vive e desiderose di emergere.
Purtroppo per stanotte non è possibile. Ci accordiamo per i prossimi giorni, domani mattina portiamo i bagagli.
Proseguiamo la passeggiata nella stradina. Passiamo sotto al Bar della Civetta che vende un caffè rarissimo. In pratica è ottenuto dai chicchi ingoiati dalle civette che vivono nei pressi dei campi di caffè e che poi vengono espulsi con le feci, intatti. É costosissimo in quanto prodotto in quantità incredibilmente ridotte. Una tazza costa 95mila rupie. A occhio e croce, fatte le proporzioni tra il costo della vita locale e quello italiano, è come se costasse 50 euro. La zona sarà anche turistica e costerà molto più del dovuto, ma rimane il fatto che è il caffè più caro al mondo, come afferma con orgoglio un tabellone fuori dal locale.
Proprio di fronte c’è un ristorante molto carino da cui arriva anche bella musica. Entriamo e ci accomodiamo, in perfetta solitudine come piace a noi, nel cortile interno retrostante. I tavolini sono scomodi, ma l’ambientazione è magnifica, circondati da piante tropicali e luce bassa e soffusa.
Arriva il cameriere ed ordiniamo, poi restiamo di nuovo soli, a guardarci intorno e raccontarci le sensazioni della giornata, come le abbiamo vissute ed i programmi per l’indomani quando Caterina si blocca all’improvviso.
“Guarda là!”, mi dice in un sussurro e indicando con gli occhi, senza muoversi.
Mi giro con cautela e vedo un ratto che cammina con circospezione sul pavimento guardandosi intorno attentamente. Non appena si accorge di essere stato individuato, torna indietro di scatto verso le piante e si eclissa tra il fruscio delle foglie calpestate di fretta.
Mi giro e ritrovo in Caterina la mia stessa espressione di stupore, gli occhi sgranati.
La domanda che arriva lampante ai nostri cervelli, senza bisogno di dircela, è:
“Quanti altri ce ne saranno??”, ci chiediamo guardandoci attorno, circondati come siamo da alberi, piante e fiori.
Sempre senza bisogno di parlare o chiedere conferma, decidiamo all’unisono di tornare nella sala interna. Pazienza per l’intimità perduta, ma almeno per i miei spiedini di pollo non dovrò competere con un’orda di ratti affamati! Tanti nella mia fantasia eccitata si erano moltiplicati i roditori, tra la stanchezza e il posto ancora sconosciuto in cui eravamo atterrati da poche ore.
Arrivano i sate (spiedini) molto buoni con salse di arachidi e soia. Il topo rimane una presenza fissa, ma laterale nelle nostre menti.
“In queste salse avranno zampettato i topi prima che arrivassero nel mio piatto?”, mi chiedo sempre mentalmente, per non appesantire la situazione che comunque restava allegra e spensierata, ridendo del topo e della situazione vissuta poco fa.
Finiamo la serata nel locale, al piccolo tavolo romanticamente illuminato dalle candele, cercando di capire cosa faremo domani e nei giorni successivi. Un’escursione sul vulcano Bromo? O subito a Bali senza altre soste? Oppure voliamo sulle isole a nord di Java, che ci dicono essere ancora intatte?
Andiamo a dormire con questi interrogativi che ci distraggono senza farci pesare la bruttezza della stanza dove ci corichiamo.

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13/08/2009 - “A zonzo per Yogyakarta”
L’urlo del muezzin si alza potente nella notte. Sono le 4:30. Mi riaddormento per alzarmi poi alle 9.
Ci sediamo sul divanetto fuori dalla camera, vista cortile interno squallido. Il ragazzo impiega un’eternità per portarci caffè, pane tostato (questa è l’operazione che più di tutti porta via interi quarti d’ora) e frittata.
Siamo pronti alla battaglia per il prezzo, per farci applicare quello più basso tra le possibilità, visto che non c’era l’acqua calda. Per fortuna il ragazzo accetta subito e paghiamo 150mila rupie a notte invece delle 180mila richieste inizialmente. A testa fanno circa 5 euro a notte.
Portiamo tutto nella nuova guest house e ci lasciamo accogliere dal personale, incredibilmente gentile, e dall’atmosfera, molto più bella e curata.
Andiamo in un’agenzia turistica per capire dove andare nei prossimi giorni e soprattutto come: treno? Pullman? Aereo? Auto privata?
Decidiamo però di tornare verso il centro per visitare le parti storiche della città. Iniziamo le contrattazioni con i risciò, sempre in movimento con noi che marciamo verso la strada principale e loro che ci chiamano da tutte le parti e lanciano le loro offerte prima incontro, mentre arriviamo e poi alle spalle, mentre proseguiamo oltre. Il primo chiede 25mila rupie, anche qualcun altro. Ci fermiamo da quello che abbassa fino a 10mila, il prezzo che chiediamo a ciascuno di loro. É un uomo sui 40 anni, ovviamente magrissimo visto il lavoro che fa e molto simpatico. Conosce anche 3 parole (di numero) di italiano. Noi facciamo sfoggio delle parole di indonesiano che abbiamo imparato dalla guida.

 

Becak a Yogyakarta

 

Adesso pedalo io!
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Andiamo verso il centro sballonzolati sul sediletto del risciò. Il tipo ci indica le varie curiosità, compreso un teatro dove di solito rappresentano i drammi e le opere tradizionali indonesiane. Chiediamo di fermarci, siamo molto interessati. Il risciò scarta all’istante e ci scarica esattamente davanti alla biglietteria. Stasera rappresentano il Ramayana. Decidiamo di comprare i biglietti che include anche il viaggio andata e ritorno dall’albergo, che indichiamo facendo riferimento al bar della Civetta, non certo al B&B appena aperto. Ne vendono di due tipi: solo spettacolo oppure cena tipica più spettacolo. Prendiamo solo lo spettacolo e chiediamo di fare un giro all’interno. É un’arena all’aperto, il palco è abbastanza grande. Alle spalle del teatro, oltre il muro di cinta, vedo dei grandi disegni infantili e dei giochi. Un asilo, ma non c’è nessuno.
Dopo aver scherzato un po’ con il guidatore del risciò, ripartiamo verso il centro. Ci facciamo lasciare poco dopo, all’inizio del mercato.

 

 

Mercato di Yogyakarta

 

Magazzino a tre ruote
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Caos di bancarelle una sull’altra, mille colori e profumi e cibi misteriosi venduti in mille modi, dalla baracchetta più o meno “stabile”, al telo steso a terra, al secchio portato in giro, direttamente in mano e piazzato sotto il naso a mo’ di proposta.
Il tempio buddhista segnalato dalla guida diventa sempre più in forse mentre ci perdiamo nel labirinto del bazaar. Poi decidiamo di mettere un punto fermo ai prossimi giorni visto che davvero non abbiamo idea di come e dove proseguire ed entriamo nell’ennesima agenzia turistica. Poi nell’ufficio turistico. Infine in un’agenzia di viaggio.
Le alternative su cui ci concentriamo sono: prendiamo il traghetto per Karimurjava, l’aereo per Denpasar o il bus per Lovina?
Mentre Caterina continua a rimuginarci su, io arrivo fino al cambiavalute di ieri [1 € = 14050 IDR].
Chiediamo del volo, ma sono tutti pieni e l’unico che ha posto è molto costoso. Decidiamo allora per il pullman notturno, destinazione Lovina - isola di Bali. In realtà il pullman arriva a Denpasar, nella parte sud di Bali, ma cambieremo non appena sbarcati a Bali. MAH! Speriamo bene.

 

Mercato di Yogyakarta

 

Le Regine del sarong
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Ci tuffiamo di nuovo nel mercato. Caterina si perde tra i banchi dei tessuti, colorati, alcuni molto belli. Alla fine usciamo con due set di lenzuola (in realtà solo federe e lenzuolo di sotto, per il materazzo, visto che il lenzuolo per coprirsi non lo vendono mai insieme, ma a parte) per 100mila rupie, quattro sarong a 120mila rupie, una camicia per me a 28mila rupie e due borse per Caterina a 90mila rupie.
Come cibi strani annovero: ier un disco di caramello e noccioline e succo di frutta fresco, oggi due panetti di farina e cocco ed un altro succo di frutta fresco, che adoro.
Contrattiamo per un altro becak (pronuncia beciàk, è il termine locale che indica il risciò) verso l’antico palazzo di Tamansari. Il tipo non è proprio sveglissimo e ci porta lontano, nel quartiere di Tamansari. Quando si accorge dell’errore ci porta indietro per un pezzo, poi ci stufiamo sia noi che lui e ci salutiamo saldando la cifra pattuita di 5mila rupie.
Il quartiere di Tamansari è elegante, con basse ville circondate da ampi giardini e piante tropicali. Arriviamo al Kraton, che non capiamo bene cosa è esattamente, se un museo a cielo aperto, un palazzo, un quartiere nè capiamo da dove si entra o se serve il biglietto.

 

 

Il Kraton a Yogyakarta

 

Illuminazione divina
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La nostra indecisione, come al solito, viene sfruttata da un tizio con una faccia non proprio di quelle che ispirano il massimo della fiducia, il quale si stacca dal gruppetto di sfaccendati che sostava davanti ad una grande frontone in pietra decorata.
“Seguitemi!”, ci invita con tono perentorio.
Lo seguiamo sperando che si limiti ad indicarci l’ingresso del museo, dove fare i biglietti. Il pomeriggio è ormai molto inoltrato, ma dovrebbe essere ancora aperto.

 

Il Kraton a Yogyakarta

 

Luce fiorita
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Invece, inizia ad addentrarsi tra i vicoli, alcuni stretti al punto da toccare quasi sia a sinistra che a destra mentre li attraversiamo. Capiamo che ci sta conducendo all’interno della zona storica del Kraton, anche se continua ad essere abitato da persone comuni che stendono i panni da un muro all’altro, dove l’“altro” può essere anche una parete dell’antico harem. I bambini corrono e giocano in mille direzioni e la nostra guida, tra lunghi silenzi e brevi spiegazioni in inglese stentato, ci guida rapido e sicuro nei punti più panoramici e spettacolari.
Arriviamo in quella che era una moschea sotterranea, su più livelli.
“Qui gli uomini e sopra le donne”, ci spiega con brevi cenni.

 

 

Il Kraton a Yogyakarta

 

Escher indonesiano
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Diamo una piccola mancia al custode della struttura. La parte interna ricorda il Pozzo di San Patrizio o ancor più un quadro di Escher, con tre scale che si intrecciano, discendenti e ascendenti. Dall’alto fa la sua comparsa Dick, il belga conosciuto l’altro giorno alla stazione di Jakarta e, un attimo dopo, la sua amica indonesiana. Che sorpresa! Ci salutiamo e iniziamo a chiacchierare a raffica, con la nostra guida che si innervosisce. Forse ha paura di perdere più tempo del previsto.
Ci salutiamo cercando di prendere un appuntamento a Bali, anche se non ci incrociamo tanto con i giorni e le destinazioni.
Proseguiamo, il tipo ci fa vedere gli ultimi punti panoramici, poi come per magia, senza aver capito nulla del giro fatto in questo labirinto, ci ritroviamo nel punto in cui ci eravamo incontrati.
Solito assalto dei guidatori di becak, ma vogliamo fare qualche altro passo a piedi. Ormai è il tramonto e ce lo godiamo seduti poco lontano dal gruppetto di amici della guida di poco fa.
Iniziamo a camminare verso l’albergo, seguendo la cartina della guida. Arriviamo ai bordi di un campetto di calcio dove stanno giocando una partita. É pieno di ragazzi e la strada è invasa dai motorini e dai venditori di panini e bibite.
Ci immergiamo nella folla, ogni tanto passa anche una carrozzella trainata da un cavallo, oltre agli immancabili becak ed ovviamente moto, macchine, ecc.
Riprendiamo le nostre trattative “volanti” con i becak. Ormai la nostra offerta standard è di 5mila rupie. Se siamo in vena, il guidatore è simpatico e il “biciclettino”, come lo chiamo io, è carino, alziamo a 10mila, ma non di più, per nessun motivo. La loro richiesta standard, invece è 25mila, se non 30mila. Poi abbassano e spesso riusciamo a prenderli al prezzo che diciamo noi. Se non funziona, proseguiamo e lui continua a dormire stravaccato sul sedile del becak.
Dopo due o tre tentativi a vuoto troviamo il nostro uomo che ci scarica proprio di fronte al nuovo albergo. Splendido!
Domani vogliamo andare al tempio di Borobudur con i mezzi locali, quindi chiediamo la colazione alle 6:30. Inizierebbe alle 7, ma dopo una breve riflessione accetta.
Breve doccia, poi usciamo di nuovo per andare allo spettacolo Ramayana. Il pulmino del teatro è puntuale e lungo la strada raccogliamo diverse persone. Arriviamo in anticipo, stanno ancora finendo la cena tipica. Ci accomodiamo sui bassi cuscini sistemati sulle dure gradinate di pietra. Arrivano gli ospiti della cena, un rumorosissimo gruppo di francesi. Ci sono anche altri turisti, mi pare spagnoli, forse qualche italiano sparso.
Lo spettacolo inizia con i suonatori di gamelan che creano l’atmosfera con le loro melodie ipnotiche di percussioni ritmiche e ripetitive.

 

Ramayana a Yogyakarta

 

Salto nel fuoco
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Poi inizia la rappresentazione vera e propria con i personaggi, il male e il bene, il male che si traveste e si spaccia per buono, l’inganno, l’amore, la sofferenza, ma poi c’è la vittoria finale anche se il male rimane. Momentaneamente sconfitto, ma rimane. I buoni, troppo buoni per combattere con forza, vengono aiutati da essere divini che a queste latitudini sono impersonati dalle scimmie. Gli attori-scimmia sono dei veri acrobati, in particolare il loro capo che piroetta, salta, si rovescia e danza come un vero circense, fantastico.
Alla fine usciamo con la sensazione di aver visto uno spettacolo antico, passionale, profondo e sentito, anche se ormai non so quanto sia diffuso e sentito nell’Indonesia moderna.
Nuovo pulmino di rientro, tra persone che si fanno lasciare davanti ad alberghi lussuosi ed altri, come noi, davanti e modesti B&B (che in confronto al Makuta continua a sembrarci una reggia).
Torniamo nel ristorante di ieri sera. Cena con riso fritto (nasi goreng) e pollo cotto nella salsa di soya.
Alle 23:30 spegniamo la luce.

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